Produzioni Artemista

con la regia di Luigi Onorato

 

Le Donne di Carlo da Carlo Goldoni

L’intento è quello di enucleare, e trasformare in forma drammaturgica e di linguaggio scenico originale, alcune figure femminili dalle “Memoires” di Carlo Goldoni. La cosa che più intriga è la profondità della conoscenza dell’animo femminile da parte di Goldoni. La struttura drammaturgica è una specie di “Girotondo” di Arthur Schnitlzer, dove ruotano, i vari personaggi femminili - enucleati dalle “Memoires”, dialogicamente riscritti adocchiando le opere - legandosi ad una faccia dell’animo femminile, espressa con un linguaggio non solo di parola, ma scenicamente molteplice, che alla fine costituisce un anello di una catena anche qui come in Schnitlzer, conchiusa. Due attori-personaggi per volta - femminile e maschile- in un “contrasto” su un aspetto palese o nascosto della “femminilità”: uno dei due è scacciato da un altro attore-personaggio che introduce un nuovo contrasto su un differente aspetto creando un’altro anello. Tutti gli anelli insieme configurano una catena che è la Donna – o gran parte di essa - con la sua complessità sfaccettata e profondità di sensi. Fasi stranianti di musica, movimenti scenografici, ed altro, rendono antinaturalistico lo spettacolo. Il rischio intellettualistico sempre in agguato, viene fugato dalla centralità che viene data agli attori con un meticoloso lavoro sull’arte del recitare e di affinamento espressivo.

 

La Locandiera di Carlo Goldoni

Capo d'opera della sterminata drammaturgia goldoniana, La Locandiera, scritta nel 1752, ebbe dal suo debutto un successo trionfale. Il personaggio di Mirandolina, modellato sulla bella, spiritosa ed indiavolata Maddalena Raffi Marliani, Corallina, la servetta della compagnia Medebach, è divenuto uno dei tipi universali del Teatro e della nostra Cultura. Mirandolina riesce a frenare per un filo il dominio degli istinti, un attimo prima che ne sia travolta la sua reputazione e forse anche lei stessa. La trama di superficie, quella di una donna che piega la misoginia di un Orso, è in fondo un pretesto. Lo dimostra il fatto che la trama non è compiuta, finita, orlata con un lieto fine per l’Orso, redento innamorato (Ripafratta). Ed è in questa sfrangiatura amara il passaggio per una rilettura attuale del testo. Pur rispettando l’illuminismo Goldoniano, vediamo qui più Rousseau che Voltaire. In fondo il Conte di Ripafratta è un vinto, tanto vicino a noi che avvertiamo come non mai nella storia di essere agiti, piuttosto che agire.

Aspettando Godot di Samuel Beckett

Testo essenziale del teatro contemporaneo. Nato nel fervido clima culturale della Parigi del secondo dopoguerra, filtra le tematiche dell’esistenzialismo attraverso un'originale ipersoggettiva e "refrattaria" visione. In un circo placentoso e bruciacchiato, ai bordi del mondo, due clown metafisici aspettano un certo Godot. La loro situazione è quella di chi è spoglio di ogni cosa ed ogni fine. Potrebbero impiccarsi, ma ormai è troppo tardi, dovevano pensarci prima. Si danno delle imbeccate come due comici del varietà: la parola è il solo segno che esistono, e aspettano Godot, che per ora non arriva. Nell'attesa dei due pagliacci, le necessarie parole non mancano per sopravvivere e per sorriderci amaramente. Impiccarsi non ci sono i mezzi tecnici: manca fino la corda buona. Non resta che andare… per ritornare… ovvero non muoversi. Domani chissà…Eppure quanta profonda umanità in questa assurda attesa.

L'Uomo, la Bestia e la Virtù di Luigi Pirandello

Condensato esemplare di ipocrisia borghese dove la virtù è una coperta corta che bisogna affannosamente aggiustare, “L’uomo, la bestia e la virtù” è una commedia che si offre come un intrigante magma dell’essere, come una violenta e comica messa in gioco della umane certezze, un grumo di rabbia, di cattiveria, di ridicoli smarrimenti e disdicevoli rattoppi. Si aggiunge alla commedia una satira feroce contro le convenzioni e le ipocrisie di una società rigida che si maschera di moralità. Questa commedia sembra rappresentare la risposta a quanti accusavano Pirandello di essere un autore cupo e tetro, oltre che "difficile". Egli stesso definisce quest'opera, "farsa tragica". E non deve sembrare una contraddizione in termini, ma solo un invito a riflettere su come la farsa trae sempre spunto dalla tragedia, e come la tragedia, in certi casi, diventa farsa. Si ride continuamente ne "L'uomo, la bestia e la virtù", in certi passaggi si ride da star male, anche se alla fine ci si accorge d'aver riso, in fondo, di noi stessi.

Giorni Felici di Samuel Beckett

Ancora una volta Beckett ci sorprende con un'immagine scenica al tempo stesso semplice e terribile: una donna conficcata nel terreno fino alla vita. Il suo nome è Winnie. Lo spettacolo di Artemista si apre con una curiosa figura di uomo panciuto in bombetta che aprendo i siparietti, svela il “fenomeno da baraccone”. Inizia lo spettacolo! Winnie si esibisce, dà mostra di sé stessa. Forse una ex-soubrette che ha vissuto pienamente la sua vita, e ora riempie la sua vita con gesti quotidiani e chiacchiericci da salotto borghese. Willie, il marito che vegeta in un buco del terreno, spulcia notizie dal giornale, borbotta, sbuffa, fa strani versi gutturali, non risponde alle supplichevoli domande di Winnie. Eppure… nonostante le oggettive condizioni disperate, la protagonista chiude la sua esibizione da fiera cantando le note della famosa “Die lustige Witwe” di Lehar; la felicità di Winnie è la chiave dell'opera: prossima alla fine assapora il dolcissimo nettare dei suoi giorni felici, affermando la Vita, (…) anche se questa è, forse, la peggiore delle condizioni possibili lascia al pubblico l’eredità di una ottimistica speranza!